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Corleone 2

Domiciliari a Riina? Un imperdonabile cedimento dello Stato. Lettera da Corleone

Vendetta no, estremo rigore sì. Questo sostengono in tanti, a cominciare dall’arcivescovo di Monreale Pennisi. Altro che invito a isolare i giornalisti. Da isolare qui, se vogliamo davvero la rinascita della città, ci sono solo i mafiosi e i loro complici. Lettera da Corleone. Di Dino Paternostro.

In seguito alla recente sentenza della Corte di Cassazione, l’ipotesi che Totò Riina, il “capo dei capi” di Cosa Nostra, possa ottenere – per le sue precarie condizioni di salute – “il differimento dell’esecuzione della pena” o “l’applicazione della detenzione domiciliare”, ha suscitato un gran numero di prese di posizione a tutti i livelli. Comprensibilmente, però, il luogo privilegiato delle polemiche (ma anche dei “silenzi”) è stata la città natale del boss, Corleone, che sta vivendo una fase di difficoltà aggravata dallo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose.

I soliti struzzi, pur di non vedere la mafia e fare l’occhiolino al ventre molle di Corleone e dell’intera Italia, arzigogolano che l’ipotesi della concessione dei domiciliari a Riina non esiste. Per fortuna, tanti esponenti delle istituzioni e tanti cittadini comuni (significativo che tra questi ci siano numerosi corleonesi) sono insorti contro l’ipotesi di una scarcerazione, che apparirebbe come un cedimento dello Stato ai poteri criminali.

Vendetta no, estremo rigore sì. Questo sostengono in tanti, a cominciare da due ragazze corleonesi, intervistate nei giorni scorsi dal Tgr Sicilia. Perché è bene non stancarsi mai di ricordarlo: Riina è ancora il “capo dei capi” della mafia siciliana. Lo stesso arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, nella cui diocesi ricade Corleone, ha espresso la sua netta contrarietà a qualsiasi ipotesi di ritorno “a casa” di Riina. “Il rischio – ha detto l’autorevole prelato – sarebbe che la sua abitazione finisca per diventare una specie di santuario negativo”.

Le prese di posizione e le polemiche, ovviamente, si sono trasferite anche sui social. Spulciando Facebook, colpisce la solita tiritera di esponenti della politica locale che attaccano la Rai, perché “al solito” quando si parla di mafia subito accorre, ma poi non si interessa dei gravissimi problemi di Corleone. Minimizzano le dichiarazioni di chi si è esposto (con la propria faccia e il proprio nome e cognome), pronunciandosi contrari all’ipotesi della scarcerazione di Riina. Non capiscono (o lo capiscono troppo bene?) che, così comportandosi, rischiano di isolare ed esporre chi con coraggio e a schiena dritta ha manifestato la voglia di Corleone di liberarsi di mafia e mafiosi, nel solco di una tradizione gloriosa che parte dai Fasci dei lavoratori e da Bernardino Verro per arrivare fino a Placido Rizzotto.

I problemi del lavoro, dei diritti e dello sviluppo (vero, “pulito”, produttivo) sono reali e drammatici. E costituiscono l’impegno fondamentale di un’organizzazione sindacale come la Cgil, che si sforza di mettere insieme memoria e futuro, che ricorda continuamente le gesta del movimento dei lavoratori e dei loro dirigenti assassinati dalla mafia, ma che con la stessa forza prova ad animare le lotte contro la disoccupazione, il precariato, il caporalato e il mancato sviluppo. E contro la stessa criminalità organizzata, quella che ancora oggi toglie ogni speranza di crescita e la possibilità di programmare il futuro delle giovani generazioni.

Non capiscono, gli esponenti di certa politica, che a far incancrenire negli anni i problemi di Corleone (viabilità, lavoro, servizi) è stata proprio la presenza pervicace delle cosche di Liggio, Riina e Provenzano (e dei loro eredi), attenta solo ad arricchirsi e ad accumulare potere, lasciando alla nostra città solo la triste fama di “capitale di Cosa Nostra”. Fino al dramma, nell’agosto scorso, dello scioglimento per mafia del Comune firmato dal presidente della Repubblica Mattarella. La speranza di invertire la rotta, di cominciare un nuovo percorso di sviluppo nella legalità, non potrà che partire dalla credibilità di una nuova classe dirigente, espressione dei lavoratori e dei cittadini onesti. A cominciare da chi è impegnato (con associazioni e cooperative) nell’uso sociale dei beni confiscati alla mafia.

Ma un simile progetto, per essere credibile, non potrà che partire dalla costruzione di una grande “operazione fiducia”, attraverso l’apertura al “mondo” delle porte di Corleone. Questa nostra città deve essere capace di superare i passi indietro degli ultimi anni. Un’operazione non facile, soprattutto dopo lo scioglimento per mafia, che per riuscire ha bisogno dello sforzo corale di tutti i cittadini di buona volontà e del sostegno dei media. Altro che attacchi alla Rai. Altro che inviti a isolare i giornalisti. Da isolare qui, se vogliamo davvero la rinascita di Corleone, ci sono solo i mafiosi e i loro complici.