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All’inizio degli anni Novanta fecero la loro comparsa le CAMERE DEL LAVORO, destinate a rappresentare organismi centrali e specifici del movimento sindacale. Le prime Camere del Lavoro nacquero nel 1891 a Milano, Torino e Piacenza. Nel capoluogo lombardo lo Statuto costitutivo, redatto da Osvaldo Gnocchi-Viani, fine conoscitore dell’esperienza sindacale francese, divenne ben presto il modello di riferimento delle nascenti organizzazioni camerali.
Queste assunsero all’inizio un carattere moderato. Gli scopi principali delle CdL erano: il collocamento, l’istruzione, l’assistenza. Il fine ultimo restava il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, da raggiungersi senza il ricorso alla resistenza anticapitalistica. Durante le prime esperienze ” sindacali” i dirigenti camerali ricorsero spesso all’arbitrato, soprattutto su materie quali il salario e l’orario di lavoro.
Proprio nel 1891, anno di nascita delle prime Camere del Lavoro, Papa Leone XIII scrisse l’enciclica (lettera papale) intitolata Rerum Novarum, che è stata poi alla base di tutta la successiva dottrina sociale della Chiesa. Nel documento tutti i punti salienti ruotavano attorno al principio cristiano della difesa e della dignità del lavoro umano. Nel 1893 si riunì a Parma il 1° Congresso Nazionale delle Camere del Lavoro. Accanto alle già citate: Milano, Torino e Piacenza, parteciparono all’assise le strutture di altre nove città italiane: Bologna, Brescia, Cremona, Firenze, Parma, Pavia, Padova, Roma e Venezia. Da questo incontro nacque l’idea di dotarsi di un coordinamento permanente da realizzarsi attraverso la costituzione della Federazione Italiana delle Camere del Lavoro, che non ebbe vita facile fino al 1901, (IV Congresso camerale di Reggio Emilia), quando la Federazione incominciò a svolgere un efficace ruolo di coordinamento e unificazione delle strutture.
Tra il 1893 e il 1901, si sviluppò un processo di graduale trasformazione dei compiti delle Camere del Lavoro. A poco a poco, la loro specificità di strutture organizzate su base territoriale e interprofessionale, fece sì che le funzioni originali del collocamento e dell’assistenza passassero ad una tutela più ampia e generale degli interessi del proletariato. Questo comportò un rapporto ambiguo col Partito Socialista. A Genova nel 1892, al Congresso costitutivo del Partito dei Lavoratori Italiani, (dal 1893 Partito Socialista dei Lavoratori e dal 1895 Partito Socialista Italiano), le Camere del Lavoro vennero riconosciute come strumenti di lotta sindacale.
La crisi economica del 1887, culminata nel 1894 con il crollo del sistema bancario italiano, causò un evidente peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice, a cui fece seguito una radicalizzazione dello scontro sociale. I primi a muoversi furono gli edili a Roma nel 1887 e a Milano nel 1889. Ma il primo sciopero di una certa efficacia fu quello di Milano del 1891, promosso dai metallurgici contro gli arbitri padronali legati all’utilizzo indiscriminato del cottimo.
SICILIA E PALERMO. Uno dei movimenti più intensi si verificò in Sicilia. I cosiddetti Fasci siciliani nacquero ufficialmente nel maggio 1891. Questi erano un’organizzazione unitaria che legava le grandi masse dei braccianti proletarizzati, con i pastori e i lavoratori delle miniere, ridotti alla fame da una violenta crisi economica. La causa principale delle difficoltà risiedeva nella guerra commerciale con la Francia. Era una guerra che paralizzava i tre prodotti principali dell’isola e cioè : zolfo, vino e agrumi. Una ulteriore mutazione dei Fasci fu rappresentata dal diffondersi delle idee socialista. Questa connotazione politica e l’asprezza delle lotte scatenarono una violentissima reazione statale. Il 20 gennaio del 1893 i militari spararono su centinaia di contadini che stavano occupando le terre di Caltavuturo. Fu una vera strage; 11 morti e decine di feriti. L’eccidio si ripeté qualche mese dopo a Serradifalco. Il Governo Giolitti, proibì manifestazioni e comizi. Il successore di Giolitti, Crispi colpì ancora più duramente ordinando lo scioglimento dei Fasci e l’occupazione militare, dallo stato d’assedio agli arresti di massa. Fu un crescendo di ferocia che culminò con le condanne nel processo di Palermo, comminate dal Tribunale militare. Le lotte comunque continuarono non solo in Sicilia, ma in tutta Italia.
Una prima sede della Camera del Lavoro fu aperta nel 1895 in piazza Montevergini. La data ufficiale della nascita della Camera del Lavoro di Palermo è il 1° settembre del 1901. Fu inaugurata da Giuseppe Garibaldi Bosco, futuro leader della Federazione socialista palermitana, con l’intervento del sindaco e del prefetto. Bosco pensa di dare vita a un’organizzazione operaia cittadina. Aspirava a costruire un processo nel quale il movimento operaio avrebbe potuto costruire il suo potere contrattuale nei confronti del padronato. In questa prospettiva, lo sforzo di mettere in movimento la prassi costante di trattative tra organi sindacali e datori di lavoro. Bosco si ritira dalla direzione attiva della Camera del Lavoro nel settembre del 1902. A Palermo si pongono le basi per la nascita di una organizzazione operaia autonoma. La classe operaia era ancora esigua a Palermo, se confrontata con le altre città italiane del centro nord. Al Cantiere Navale e alla Fonderia Oretea, i due complessi industriali della città, i socialisti riuscivano a esercitare una certa influenza con una capillare propaganda. Durante gli scioperi di quegli anni, la Camera del Lavoro intervenne per risolvere le vertenze. I dirigenti operarono come morigeratori delle rivendicazioni operaie. Garibaldi Bosco, quando nell’aprile 1902 308 operai del Cantiere Navale scesero in sciopero per ottenere miglioramenti salariali e il ritiro di punizioni inflitte ad alcuni compagni, si oppose all’idea di uno sciopero generale dei metallurgici palermitani, in nome dell’interesse operaio al consolidamento delle giovani industrie della città. Nel 1904 si svilupparono anche a Palermo processi di organizzazione di massa in un quadro d’insieme contrassegnato, a livello nazionale, dalla crisi dell’alleanza tra Giolitti e il riformismo. Durante l’anno gli scioperi furono 90, più trenta agitazioni degne di rilievo. Esordirono gli spazzini municipali, che associavano a rivendicazioni salariali il miglioramento delle condizioni di lavoro, la fornitura del doppio vestiario, la costruzione di una tettoia nel luogo delle riunioni e il licenziamento dell’ispettore addetto alla vigilanza sulla pulizia stradale. Poi fu la volta dei garzoni segatori, poi nuovamente degli spazzini municipali. Il sindaco promise l’aumento di 10 centesimi al giorno sulla paga. La fase più calda si ebbe a Palermo, come in tutt’Italia, nel mese di settembre, quando fu proclamato dal Partito socialista il primo sciopero generale di protesta. Il 1904 segna la ripresa delle lotte del movimento operaio.

La Camera del Lavoro Palermo è intitolata a Giovanni Orcel. Orcel nasce a Palermo da Luigi Orcel, impiegato, e Concetta Marsicano, casalinga. Primo di cinque fratelli entrò subito nel mondo del lavoro e imparò il mestiere di tipografo compositore. Col passare del tempo cominciò a frequentare la Camera del lavoro di via Montevergini a Palermo e ben presto si dedicò all’attività politica e sindacale.
Dopo essersi iscritto al Partito Socialista, Orcel organizzò la Lega dei Lavoratori e aderì al gruppo rivoluzionario formatosi attorno ai giornali Il germe e La Fiaccola. Nel settembre del 1910 sposa civilmente Rosaria Accomando. A quei tempi a Palermo si assistette allo scontro dentro il Partito Socialista tra riformisti-moderati, capeggiati da Alessandro Tasca e Aurelio Drago, e intransigenti-rivoluzionari, guidati da Nicola Barbato e Nicola Alongi.
Nel 1914 partì per partecipare come rappresentante della Lega dei tipografi a un convegno socialista a Lipsia, ma durante il viaggio, a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale si fermò a Torino, dove entrò in contatto con sindacalisti e politici del Nord Italia. Tornato a Palermo, nel 1917 venne chiamato alle armi, e inviato prima a Taranto e poi a Roma. Finita la guerra, nel marzo 1919 venne eletto nelle file della Fiom, prima come vicesegretario e poi come segretario generale.
Con la Fiom Orcel s’impegnò nella lotta al carovita, per le otto ore di lavoro, per gli aumenti salariali, per il riconoscimento del ruolo del sindacato e per la costituzione di commissioni interne. In quegli anni si fece sentire la violenta controffensiva degli agrari e dei mafiosi. Caddero in successione Giovanni Zangara e Giuseppe Rumore, mentre l’8 ottobre le forze dell’ordine di Riesi uccisero undici contadini che protestavano per la riforma agraria. In risposta ai continui massacri di contadini, Orcel fece uscire un foglio della Fiom, intitolato La dittatura operaia, poi La dittatura del proletariato e successivamente Dittatura proletaria. Le posizioni espresse dal sindacalista palermitano erano di chiara matrice comunista e nei fogli si faceva riferimento all’esperienza sovietica di quegli anni.
Nel 1920, dopo il congresso nazionale della Fiom a Genova, visto l’acuirsi del conflitto tra operai e industriali, i sindacati decisero di far fronte unito per mezzo dell’ostruzionismo. Nel mentre in Sicilia si sperimentavano le prime forme di unità tra lotte contadine e lotte operaie, favorite anche dalla collaborazione tra Alongi e lo stesso Orcel, che ribadiva la necessità di unità politica.
Probabilmente questa collaborazione tra contadini e operai sta alla base dell’assassinio di Orcel da parte della mafia.
Dopo l’estate del 1920, dominata da licenziamenti e sospensioni a catena nel cantiere navale e all’Ercta, gli operai, in maggioranza Fiom, decisero di occupare i cantieri navali e le fabbriche ad essi annesse, e avviarono l’autogestione per continuare la produzione e per far fronte alle numerose commesse; inoltre vennero sperimentate le Commissioni interne e fu costituito anche un servizio d’ordine. In queste occupazioni l’impronta di Orcel era evidente. Il palermitano in quel periodo si pronunciò contro l’accordo nazionale del sindacato con cui si metteva fine alle occupazioni e le sue parole non furono ascoltate. Infatti, il 29 settembre gli operai del cantiere terminarono l’occupazione.
Come Orcel aveva previsto i padroni non rispettarono gli accordi, egli si batté per la loro applicazione.
Il 14 ottobre 1920 fu ucciso da un sicario, per ordine di Sisì Gristina, capo-mandamento di Prizzi.